Un giorno ho rimproverato un mio alunno di quarta liceo chiamandolo discolo e con mio stupore ho scoperto che nessuno conosceva il significato di questa parola. Così, ho invitato i miei alunni a prendere il dizionario e a scoprirne il significato. Si sono divertiti molto e adesso ogni settimana eleggiamo il capo-discolo della classe. Penso proprio che discolo sia una parola da salvare.
Discolo: di ragazzo che ha carattere intrattabile e comportamento da scapestrato; indisciplinato, ribelle.
(Bruni Rita)
Le donne di casa, quando vedevano noi ragazze un po’ scomposte, ci dicevano un secco: «Quata giò la vergugna» («Copri la vergogna»). Gli uomini invece, in modo più dotto, parlavano di coprire le pudenda. Entrambe le espressioni mi hanno sempre fatto ridere, soprattutto la prima in dialetto.
(Raffaella Invernizzi)
Anima tubolare di legno, cava all’interno e sporgente alle due estremità, attorno alla quale stava arrotolato un filato forte di cotone. Quando la mamma lo finiva, diventava la materia prima con cui mio fratello costruiva un carrarmato. Dopo averne intagliato pazientemente col coltellino i due bordi laterali, per farne dei cerchioni simili a cingoli, infilava nel buco un elastico, lo faceva uscire dai due lati fissandolo da uno con un chiodino; quindi avvitava l’elastico completamente su di sé, fuori dall’altro lato; quando era tutto ben ritorto, lo bloccava esternamente con uno stuzzicadenti, che così faceva da freno contro il cerchione. Una volta posato a terra, l’elastico si srotolava lento, costringendo il carrarmato a muoversi goffamente e inesorabilmente, proprio come spinto dal motore.
(Giulia Zecchi)
Il ricordo che conservo di mio zio Umberto è quello di un uomo perennemente afflitto dai più vari disturbi di salute; in famiglia si addebitava tutto ciò all’aver « sofferto a balia».
Infatti mia nonna ,siamo nel primo decennio del secolo scorso, lavorava in fabbrica alla pari di molte altre donne richiamate dalle necessità economiche e dal forte sviluppo industriale in atto. Allora non c’erano leggi e strutture tali da garantire alle lavoratrici-madri la possibilità di accudire ed allevare i propri bambini, la giornata di lavoro era di 10 ore e non esistevano permessi per maternità. Si sopperiva forzatamente mettendo a balia, vale a dire affidando l’infante ad una nutrice con il compito di averne cura ed allattarlo.
In pratica si verificava che la balia, una donna non impegnata in fabbrica e con prole propria da allattare, divideva il suo latte materno tra il proprio figlio e quello che le era stato affidato.
Nel caso dello zio Umberto, forse la nutrice scelta non produceva alimento a sufficienza per i cosiddetti fratelli di latte, il fatto è che Umberto ne soffrì nel suo sviluppo.
(Sergio Guerri)
Oggi si mette la spesa nei sacchetti di plastica di varie dimensioni che si acquistano direttamente presso la cassa dell' Ipermercato. Quando invece ero piccola io, si faceva la spesa in tanti piccoli negozi e la si metteva, via via, dentro la sporta.
La sporta era una sacca di tessuto con due manici ai bordi di apertura, quasi sempre confezionata in casa.
Ai tempi della guerra io mi ricordo che in quella della mia nonna ci entrava di tutto: la roba da mangiare comprata con la tessera, la roba che riusciva a rimediare a borsa nera al mulino sulla Via Emilia, oppure la roba che riuscivamo a rubare all'alba, nei prati coltivati attorno a casa, come le cime di rape che lei poi cuoceva e che io mangiavo (anche se non mi piacevano) quando la fame mordeva lo stomaco. E nella sporta, spesso ci metteva anche il pentolino con la minestra che distribuivano gratis a mezzogiorno vicino alla chiesa di Santa Rita in Piazza Gabrio Rosa a Milano. Chissà che fine avrà fatto quella sporta marrone fatta ai ferri e foderata all'interno!
(Annarosa Lazzeri)
Ho davanti a me una foto in bianco e nero, datata 1944, che mi ritrae a cinque anni con addosso un cappottino super accessoriato: un bel colletto bianco di pelliccia di coniglio e, all'altezza della vita, sempre di pelliccia, un manicotto in cui avevo introdotto le manine..
Quest'oggetto d'origine nordica, altro non era che un tubo, sorretto alle due estremità da un cordoncino che partiva e girava in giù da sotto il colletto
La nonna Rosa per tenermi vicina a sè, ma con le mani al caldo, pizzicava quel cordoncino come fosse un gunzaglio quando, nelle mattine d'inverno con lo stomaco "piangente", ci incamminavamo da Rogoredo a Piazzale Corvetto, per poter avere gratis il "rancio" di mezzodì.
Ricordo le tante gambe della lunga fila, poi una scaletta di legno, poi una pedana e quella sporta della nonna (che mi era sbattuta sul naso fino ad allora) che finalmente si apriva, e sopra un bel mestolone fumante, comparso all'improvviso da dietro al bancone più alto di me, che empiva il pentolino tondo. Lei lo rimetteva immediatamente nella sporta. Bisognava essere rapidi perchè la fila dietro spingeva. Una frazione di secondo dopo, io sentivo tirare il cordoncino del manicotto e la voce della nonna che mi diceva: «Svelta! Ora! Dai!».
A quell'ordine, sfilavo le manine dal tubo, le alzavo a coppa verso il bancone finchè qualcosa non ci fosse caduto, poi le richiudevo e le rificcavo dentro, fino a quando, continuando a camminare, arrivavamo a sederci esauste sulle scale della chiesa di Santa Rita .
Eravamo gelate, affamate... Io ero piccola e lei - povera amata nonna - era vecchia, con l'angoscia d'avere un figlio al fronte, che non le dava tregua.
A quel punto potevamo tirare il fiato. Era arrivato il momento di estrarre il mio regalo dal manicotto: si trattava sempre di due formaggini spiaccicati dalla mia stretta, che lei pazientemente sbucciava ed insieme ce li mangiavamo, leccando con cura anche la carta.
Forse qualche briciola d'energia la recuperavamo per rimetterci in cammino (circa un paio di chilometri) verso casa, dove potevamo finalmente divorare anche la minestra, ormai raffreddata in quel pentolino che a quel tempo non poteva certo essere termico.
Nel descrivere il manicotto di quella foto, m'accorgo che dalla mia mente è schizzata fuori anche una scheggia di vita della Milano di guerra.
(Annarosa Lazzeri)
Mia nonna fiutava il tabacco: la Scaglietta, di colore biondo. A me dava molto fastidio quando lei annusava la presa di tabacco che aveva lasciato cadere sul dorso della mano, per poi fiutarla a più riprese dalle due narici. In commercio esisteva anche il Maccuba, ma la nonna lo disprezzava, dicendo che era un tabacco volgare. Il Maccuba era molto scuro, quasi nero. In tempo di guerra era difficile trovare questi tabacchi da fiuto e la nonna soffriva per l'astinenza. Era disposta anche a camminare a lungo, pur di trovare una tabaccheria che potesse fornirle la sua amata Scaglietta. Era un vizio, un'assuefazione come quella delle sigarette. D'altronde in quei momenti non si disponeva nè di radio, nè di televisione, dunque qualche vizio si doveva pur avere.
Per vincere la mia disapprovazione rispetto a questa sua abitudine, lei si giustificava, sostenendo che anche nelle famiglie nobili si fiutava il tabacco, tant'è che c'erano fior di tabacchiere artistiche anche nei musei: d'argento, di porcellana, oppure di argento smaltato con pietre preziose. Non era il nostro caso. Lei usava la scatoletta vuota della Magnesia S. Pellegrino.
(Luciana Cella)
Scrivo della cuccuma (milanese cògoma) di proprietà esclusiva di mia nonna Amelia (battezzata Emilia).
La sua cuccuma o caffettiera di smalto blu, con coperchio sollevabile, attaccato da una parte con cerniera, poteva contenere mezzo litro/tre quarti di liquido. Era perennemente poggiata sulla cucina a gas, per fare presto a preparare i vari caffè della giornata che erano infiniti.
La nonna lasciava sempre all'interno del bricco i fondi delle miscele precedenti e, quando accendeva il gas, la cuccuma sparava come dei colpi e sussultava sul piano d'appoggio, per la grande quantità di caffé rappreso sul fondo. La vuotava periodicamente, ma di rado. Erano sempre quelli i fondi che bollivano. Poi, quando l'acqua cominciava a bollire, vi aggiungeva un po' di caffé e anche un surrogato che poteva chiamarsi "Olandese" o "Frank". L'Olandese era contenuto in una bellissima stagnola di colore violetto. Il Frank era contenuto in una scatoletta rettangolare in legno. Questi aggiuntivi davano un colore più scuro al caffè e ne rinforzavano anche l'aroma. A mio parere l'aroma lo alteravano, ma dato che i soldi che giravano erano scarsi, in tutte le famiglie si tendeva a fare queste aggiunte all'acqua, per risparmiare sul caffé.
La nonna beveva tazzone di caffé, non tazzine, che però non la rendevano nervosa poiché erano scarse di caffeina. Aveva il naso di colore un po' scuro, un po' marrone e lei dava la colpa alla quantità di caffé che ingurgitava in una giornata. Se non beveva una tazza di quel miscuglio prima di andare a dormire, lei sosteneva di non riuscire a prendere sonno.
(Luciana Cella)
Avevo dieci anni quando lui morì, ma ricordo poco di quell’uomo alto, avvolto quasi completamente in un mantello nero. Conosceva la musica Ciculinu e spesso usava trascorrere la notte, solitario, in una chiesa vicino al cimitero; ecco perché cresceva in noi ragazzini il timore per quell’uomo che non aveva paura di dormire vicino ai morti. Quel mantello era un tabarro, quello classico, lungo fino al polpaccio, realizzato in panno grosso e pesante. Sotto il mento c’era l’unico punto di allacciatura. Ricordo perfettamente quel movimento che, buttando una parte del mantello sulla spalla opposta, avvolgeva completamente il mio compaesano.
Ascoltai l’opera lirica Il tabarro di Puccini una quindicina d’anni dopo. L'opera si conclude con: «vieni nel mio tabarro, vieni … vien» e il tabarro si richiude su se stesso avvolgendo la vittima nell’opera. Ricordo come si illuminò nei miei ricordi quel gesto del maestro Ciculinu.
(Battista Bartalotta)
Ancora negli anni ’60 vi era una figura, oramai scomparsa, che movimentava, col suo arrivo in paese, la semplice vita in gran parte incentrata sui lavori agricoli.
Era un frate dell’ordine di San Francesco - Fra Martino - che faceva la cerca dell’olio e del grasso. Era alto, asciutto, con una bisaccia ad armacollo sulle spalle. Il suo compito era di girare per i nostri paesini lasciando ad ogni famiglia un vasetto di terracotta, in dialetto detto u pignateju.
Il frate faceva il giro delle famiglie un po’ prima del tempo di Carnevale lasciando a ciascuna il vasetto. Dopo la bollitura del grasso suino, al momento della conservazione, prima di tutto le famiglie riempivano u pignateju che Fra Martino, rifacendo il giro per il paese, ritirava ringraziando per l’offerta e ringraziando Dio per la buona cerca.
(Battista Bartalotta)
Avverbio latino che significa “una volta".
Fu uno dei primi interrogativi che mi posi quando intrapresi qualche anno fa la strada della ricerca archivistica nella sala studi dell'Archivio di Stato di Vibo Valentia. Era un atto del 1803 del notaio Giuseppe Dinami di Stefanaconi: «Notamento di robbe che si promettono da Giuseppe Stilo del quondam Saverio a Caterina sua sorella in nome di dote per lo matrimonio contraendo con…». Semplice la risoluzione dell’enigma da parte di uno studioso in sala più esperto di me: nel linguaggio moderno la parola “quondam” è stato sostituito dal “fu” (VEDI).
(Battista Bartalotta)
Un grande ruolo per un piccolo albero dai piccoli frutti nel mio vialetto degli alberi antichi. Quando, dopo tre anni, spuntarono i primi frutti fu una festa grande. D’incanto l’alberello si vestì a festa con un’innumerevole quantità di piccolissime sfere di colore rosso intenso, come pietre preziose. Viste le dimensioni ridotte del frutto, non saziai il mio stomaco, ma conobbi un gusto e un sapore nuovi che premiarono la curiosità covata per tre anni. L’azzeruolo è una pomacea minore appartenente alla famiglia delle Rosacee. È presente da lunga data nell’area mediterranea e coltivato da secoli in Italia sia per il frutto che come pianta ornamentale. I frutti, maturi a settembre-ottobre sono simili a piccole mele ed erano molto apprezzati nelle tavole rinascimentali per l’aroma ed il gradevole gusto dolce-acidulo.
L’azzeruolo è attualmente molto raro in Italia e a rischio di estinzione.
(Battista Bartalotta)
Ho voluto costruire nel mio giardino un vialetto piantumando solo alcuni alberi antichi, piante i cui frutti non sono più venduti e che vanno dunque scomparendo grazie alla globalizzazione. Ecco come conobbi il biricoccolo che mi ricordò subito una canzone dello Zecchino d’oro di quando ero bambino e quella più recente del maestro Pippo Caruso, La canzone di Topo Gigio:
Coro: …Topo Gigio, cosa mi dici mai? Cosa mi dici… cosa mi dici… cosa mi dici mai!
Gigio: Ah Ah... Tutto sale sale, tutto sale son giallite anche le nespole… nespole, tutto è scuro, tutto è scuro, scuro si cammina con le fiaccole…fiaccole, tutto gira gira, tutto girano le biri… biricoccole… coccole, lascia andare, non drammatizzare ma strapazzami di coccole…
Il biricoccolo è il risultato di un incrocio naturale fra il susino e l’albicocco, infatti presenta caratteristiche di tutti e due i frutti. La biricoccola è il nome del frutto.
(Battista Bartalotta)
«Pigghiau ‘a pistula» («Ha preso la Epistola») era l’annuncio che anticamente si diffondeva per le vie di Stefanaconi, in Calabria, per comunicare che il futuro sacerdote aveva raggiunto il terzo dei cinque ordini sacri minori, il lettorato, prima del diaconato. Era questo un altro passo in avanti per la famiglia del Lettore, che aveva investito nel futuro sacerdote la possibilità di far progredire socialmente ed economicamente tutta la famiglia.
Il ministero del Lettorato conferisce l'incarico di proclamare la parola di Dio leggendo le epistole del Vangelo. Oggi siamo abituati a veder esercitare questo ministero anche da un laico, ma non molti anni fa era prerogativa del solo clero. Tra gli altri compiti di questo ministero vi è quello di catechista, di educazione alla vita sacramentale e di evangelizzazione.
(Battista Bartalotta)
Provavo una grande invidia, il lunedì, quando certi miei amici raccontavano d'essere andati in camporella. Io, timido e insicuro, non c'ero mai riuscito. Dopo anni e anni, finalmente mi capitò una buona occasione, ma sul più bello fra l'erba sbucò una biscia e la mia bella, spaventatissima se ne fuggì.
(Lelio Scanavini)
Noia, fastidio. Ne sentivo parlare, ma di uggia, intesa come noia, non mi pare di averne molto sofferto. Trovavo e trovo sempre qualcosa da fare per vincerla e per evitare le persone, ma soprattutto le trasmissioni televisive che la provocano. Esiste il telecomando e ci sono a disposizione, basta saperli scegliere, libri e giornali che la fanno opportunamente sparire.
(Wanda De Giorgis)
Nei primi anni Quaranta (c’era la guerra), andavo, nella giusta stagione, in bicicletta con una sorella e un’altra ragazza che abitava nel mio stesso stabile, all’estrema periferia della città a cercare e raccogliere nei prati le poche spighe che erano rimaste dopo la mietitura. I chicchi di grano venivano poi macinati per ricavarne un pugno di farina. Quindi anch’io, nel mio piccolo, ho fatto la spigolatrice, senza nulla togliere a quella famosa di Sapri (poesia di Luigi Mercantini).
(Wanda De Giorgis)
Strana, pazza, balorda. Chi, se non la Littizzetto, usa oggi questo termine? E’ stata lei, infatti, che con questa parola perduta, ha fatto riemergere alcuni ricordi.
Era definita dai suoi parenti: la balenga, una pettinatrice, amica di mia madre, che veniva in casa nostra a lavare gratuitamente i capelli a lei e a noi tre bambine. Li asciugava, poi, con il phon, apparecchio allora poco conosciuto. Per noi era una festa quando arrivava perché, qualche volta, ci portava a giocare, dopo averci offerto un cono gelato, ai giardinetti di piazzale Baracca, sotto il monumento dell’eroe della prima guerra mondiale.
«Perché balenga?» chiedevo alla mamma che non dava spiegazioni.
Seppi, da grande, che la cara, gentile signora, era etichettata così perché aveva ospitato a lungo in casa sua, ricolmandola di cure e attenzioni, una donna che lei riteneva bisognosa di aiuto, prima di rendersi conto che la stessa era la giovane amante di suo marito.
(Wanda De Giorgis)
Nelle case di un tempo, dove l'unica stanza riscaldata (dal camino o dalla stufa a legna) era la cucina, infilarsi in un letto gelido era un'esperienza – è il caso di dirlo! – da brivido. I più antichi scaldaletti erano piccoli bracieri chiusi dove si metteva carbonella, o sansa d'olive accesa; quelli che ho avuto modo di provare nell'infanzia erano bottiglie di rame con un tappo a vite, che si riempivano d'acqua bollente, si avvolgevano in un panno e s'infilavano tra le lenzuola per scaldarsi almeno i piedi.
(Flavio Casella)
Detto anche dipanatoio. Le nostre madri e le nostre nonne erano in genere abilissime nel lavorare a maglia, e confezionavano in continuazione maglioni e sciarpe per tutta la famiglia: la lana, comprata in matasse, doveva essere dipanata e riavvolta in forma di gomitolo per la successiva lavorazione. La più rudimentale forma di dipanatore erano... i polsi delle mani! Generalmente era un bambino a tener tesa tra le braccia la matassa, mentre la madre avvolgeva rapidamente il gomitolo. Ma di gran lunga più comodo era l'uso di un arcolaio a pantografo, solitamente in legno, che sorreggeva la matassa durante lo svolgimento.
(Flavio Casella)
Un prodotto esotico che i parenti sudamericani ci fecero conoscere e apprezzare fu il mate (yerba mate in spagnolo), un infuso simile al the che si prepara in un contenitore fatto con una piccola zucca svuotata e si beve con la bombilla, una cannuccia metallica che porta all'estremità un filtro bucherellato per evitare di aspirare, assieme alla bevanda, le foglioline. Sono famose alcune foto di Ernesto Che Guevara che sorbisce il mate con la bombilla nelle foreste boliviane, durante le pause della sua attività di guerrigliero.
(Flavio Casella)
La massiccia emigrazione verso il nuovo continente, avvenuta nel periodo tra le due guerre, ha fatto sì che quasi tutte le famiglie avessero qualche parente americano (i miei erano per lo più in Argentina e in California) che spesso portava o inviava in Italia sacchetti di caffé grezzo, il quale veniva tostato in casa, con l'uso di un cilindro posto su un supporto ed esposto alla fiamma della carbonella accesa (ma anche, con un supporto semplificato, delle prime cucine a gas). Ne esisteva anche un tipo verticale, una sorta di padella chiusa con una maniglia per agitare il caffé all'interno.
(Flavio Casella)
Ai tempi in cui si era ben lontani dal trovare nei negozi le odierne confezioni ermetiche sottovuoto, il caffé (che si preparava con la classica caffettiera napoletana, prima dell'avvento della rivoluzionaria moka express) si comprava in grani in drogheria e lo si macinava a mano: attività generalmente riservata ai ragazzini i quali, ben felici di rendersi utili, si sedevano in un cantuccio, il macinino stretto tra le ginocchia, e giravano compunti la manovella, aspirando voluttuosamente l'aroma sprigionato dai chicchi di caffé.
(Flavio Casella)
Da bambina d'estate stavo ad Imperia dalla zia Bianca e di sera andavamo a trovare lo zio Sandro, quando faceva il turno di notte, solo soletto, all'ultimo piano del bellissimo palazzo bianco delle Poste, ubicato davanti al mare. Lui aveva studiato l'alfabeto Morse e picchiava le dita su un aggeggio dal quale uscivano delle lunghe striscioline di carta. Quei tac, tatac,tatatac equivalevano a punti e linee combinati in modo da rappresentare le lettere dell'alfabeto. Fino a mezzo secolo fa, quanta gente aveva già il telefono fisso in casa? Ovvero quell'oggetto nero inchiodato al muro nel corridoio? Per comunicare negli anni Cinquanta c'erano solo le Poste che si chiamavano con i due nomi: Poste e Telegrafo. Infatti le notizie tranquille arrivavano per lettera e le notizie urgenti arrivavano per telegramma attraverso l'alfabeto Morse. Poi è successo di tutto e di più: le lettere sono diventate rare e i telegrammi si sono ridotti alle felicitazioni o alle condoglianze.
In questo preciso momento io, con un solo clic, mando in giro per il mondo immediatamente quanto sto scrivendo, e quando cammino per strada, da una vibrazione nella tasca, che esce da un aggeggio di cinque centimetri, posso ricevere notizie da tutto il mondo! Confesso che faccio più fatica a credere alla tecnologia che tocco con mano che non alla zucca trasformata in carrozza dalla fata di Cenerentola! Alla fine, preferisco non scervellarmi per darmi troppe spiegazioni: alla mia età, al bisogno me ne servo e trovo più simpatico considerare Computer e Cellulare oggetti magici, oggetti da favola.
(Annarosa Lazzeri)
Le prime tre lettere dell'alfabeto formavano quella parola usata dai nostri bisnonni quando mandavano i propri figli dalla maestra per imparare quel poco che bastava per uscire dall'analfabetismo. Sul finire dell'Ottocento pochi erano coloro che proseguivano oltre la seconda elementare. Ricordo la mia bisnonna Bettina (è vissuta quasi un secolo) quando doveva firmare di suo pugno un documento: impiegava un quarto d'ora per ricopiare il suo nome da un foglietto che custodiva con cura nel cassetto del comodino. Poi rimirava, come fosse un'opera d'arte, quel tremolante assemblaggio di segni. Mi diceva che la mia trisnonna era più svelta perchè, su certi fogli, lei ci metteva solo una croce! Credo che considerasse questa bisnipote una scienziata perchè aveva già frequentato la quarta classe e nonostante sapesse leggere velocemente qualsiasi parola e riproducesse davanti ai suoi occhi ammirati qualsiasi nome oltre il suo, quell'anno era già iscritta alla quinta! Se ci ripenso, mi rendo conto una volta di più che i nonni del Duemila ne hanno proprio viste di tutti i colori!
(Annarosa Lazzeri)
Grossa e rozza sella di legno che si posava sul dorso di bestie da soma per collocarvi, in opportuni secchielli che pendevano ai lati, pesi piuttosto modesti. Il termine mi ricorda le ragazzine che sull’asinello percorrevano lentamente, ai tempi delle estati della mia infanzia, la lunga spiaggia di Francavilla a Mare in Abruzzo; raccoglievano sassi e non so che cos’altro ancora. Avevano in testa un grande fazzoletto che le proteggeva dal sole; solo poco più grandi di me, già lavoravano canticchiando una nenia e accarezzando il loro asinello.
(Wanda De Giorgis)
Scheggia lunga e sottile di legno. Si diceva: «Non hai capito una sverza» forse intendendo che nemmeno un frammento di un discorso era stato recepito da un interlocutore piuttosto ottuso. Era questa una frase che, quand’ero ragazza, in ufficio, sentivo ripetere spesso.
(Wanda De Giorgis)
Nella casa dove abitavo da piccola, abitava anche la Lida, una giovane che si era innamorata di un ragazzo laghista , cioè di un abitante della riviera del lago di Garda. Il giorno del matrimonio tutti i vicini di casa si misero in corteo per andare a vedere la cerimonia in chiesa. Io mi ricordo che avevo un vestitino di velluto blu, che portavo un cestino di fiori e che attraversai il ponte sul canale Redefossi (oggi coperto). Mi ricordo anche quando la Lida partì dalla stazione di Rogoredo (che allora era una stazioncina) per andare a vivere sulle rive del lago di Garda. La portinaia le gridò agitando il fazzoletto: «Buon viaggio... adesso diventerai una laghista, ma mi raccomando, non scordarti di noi che restiamo sulle sponde del Redefossi!». Chissà perchè, ma certe frasi restano indelebili nella memoria. Forse perchè mi dicevano che le acque del lago avevano un colore ed un odore molto diverso da quelle del fosso milanese, ed io che ancora non avevo mai visto un lago, avrei voluto salire su quel treno con la Lida!
(Annarosa Lazzeri)
Oggi ci sono le tute: si comprano con pochi euro sul mercato e sono un indumento comodo e pratico da indossare sia in casa che fuori. Provo ad immaginarmi mio nonno con una bella tuta rossa... invece me lo rivedo con la sua palandrana a righe, ovvero la sua vestaglia lunga e larga, con la quale girava per casa la mattina appena alzato. Così abbigliato non avrebbe certo potuto uscire subito per strada col cagnolino, cosa che invece oggi, grazie alla tuta, si può fare.
(Annarosa Lazzeri)
Io sono nata e vissuta a Milano, sempre nello stesso rione, dove passavano (e sempre passano) in continuazione tram, treni, aerei, automobili, e dove la quiete forse non esisterà mai. Sarà per questo motivo che i ricordi più belli della mia infanzia non mi riportano in Lombardia, ma in Toscana. Là trascorrevo buona parte dell'estate, ospite delle zie che vivevano in luoghi straordinariamente salubri e tranquilli. La zia Rina abitava nelle campagne del Mugello e nel retro della sua casetta, allevava animali da cortile. La mattina mi invitava ad andare nel prato: «Vieni con me bella cittina milanese che si va a fare un manatello d'erba per i coniglioli!». Il manatello era un piccolo fastello d'erba da potersi afferrare con mano e che emanava un odore così gradevole che io lo respiravo a pieni polmoni.
(Annarosa Lazzeri)